Il Passo Dei Maledetti

Il Passo dei Maledetti
Racconto a puntate settimanali.
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un nuovo capitolo!

Il passo dei Maledetti – Capitolo 1

 

CAPITOLO 2

Il ragazzino cercava qualcosa per arrampicarsi e poter raggiungere il cibo che nascondeva il cassonetto vicino al supermercato, qualcuno aveva fatto sparire i tre mattoni rossi che utilizzava solitamente, come un equilibrista.

Gironzolò lì intorno per alcuni minuti senza trovare nulla, si stava innervosendo.
La fame era grande e se fosse possibile la disperazione ancora più grande.
Decise di usare semplicemente le sue braccia per sospingere il suo corpo fino al bordo del cassonetto, dopo vari tentativi riuscì a piantonare il suo addome al limite, una fitta atroce cominciò a salirgli fino alle tempie, un po’ di carne in quel corpo ossuto avrebbe reso tutto meno doloroso.
Non poteva resistere ancora molto a lungo, le sue mani afferrarono le prime cose che gli capitarono e si lasciò cadere a terra, quando finalmente aprì gli occhi, si accorse che quello che stringeva in una mano era semplicemente un pomodoro marcio che gli si era spappolato tra le dita, mentre nell’altra mano non aveva nulla che potesse definirsi commestibile.
Voleva piangere dalla rabbia, ma anche le lacrime erano preziose per chi non aveva niente.
Cominciò a leccarsi il liquido rosso che dalla mano gli stava scendendo lungo il braccio, leccò avidamente, fino a ripulirsi, tutto ciò che era pulibile.
Rimase seduto lì, vicino alla strada, come un gatto randagio. Era notte e cominciava ad avere freddo, però non aveva la forza di tornare in quello che lui chiamava il suo “Nascondiglio”.
Si alzò molto lentamente e barcollando cominciò a camminare lungo il marciapiede, come sempre la strada a quell’ora era deserta, per quello era la sua ora preferita, nessuno lo vedeva, forse nessuno sapeva che esisteva, forse.
Una macchina sfrecciò a grande velocità vicino a lui, quasi cadde a terra, dovette fermare il suo barcollare, per resistere alla forza di gravità. L’auto era già lontano quando decise di fare inversione e tornare indietro.
Il ragazzino guardò la scena incuriosito, nessuno passava di lì a quell’ora, forse si erano persi, forse.
Si fermarono giusto vicino a lui, un uomo scese dalla macchina, afferrò il ragazzino che quasi non si mosse, e letteralmente lo lanciò dentro l’auto, poi si sedette vicino a lui e chiuse la porta.

– Andiamo

L’autista accelerò bruscamente, i corpi dei due passeggeri sobbalzarono, e il corpo del ragazzino si schiacciò contro il sedile anteriore.

– Come ti chiami?
– …
– Meglio così, allora non ti dispiacerà se ti chiamerò Marco

L’uomo aprì il finestrino.

– Marco…puzzi!

CAPITOLO 3
La casa era buia, puzzava di chiuso. Il ragazzino venne spinto dentro senza troppi complimenti, cadendo a terra. La grande porta di ferro si chiuse rapidamente dietro di lui.
Non sapeva dov’era, ma era così stanco e privo di energie che non aveva neppure la forza di farsi troppe domande. Rimase sul suolo senza muoversi, un sonno comatoso si stava impossessando di lui,
quando una porta della stanza si aprì producendo un fascio di luce, il ragazzino vide semplicemente una mano che fece scivolare un piatto lungo il pavimento, poi ritornò il buio.

Un profumo cominciò a muovere le sue narici, un rumore sordo gli scosse le budella e molto lentamente cominciò a strisciare attirato da quell’odore, continuando a seguire semplicemente il suo olfatto. Finalmente le mani sbatterono contro qualcosa, cominciò ad afferrare il contenuto del piatto, non riconosceva nessun sapore, semplicemente trangugiava bocconi che a mala pena masticava.

Quando le sue mani non trovarono più nulla, si lasciò cadere ancora una volta esausto.

Una luce intensa lo svegliò, non sapeva quanto tempo era passato, aprì gli occhi ma dovette richiuderli rapidamente, poi ci provò ancora, lentamente, fino a quando cominciarono a mettere a fuoco la stanza.
La luce proveniva dal soffitto. Riconobbe il portone dal quale era entrato, la porta da dove una mano gli lanciò il suo pasto, la stanza era molto grande e completamente vuota.
Girò su se stesso per visualizzare il resto dell’abitazione, in un angolo, lontano da lui vide qualcosa, chiuse gli occhi e li riaprì, come per pulire l’immagine impressa, però non funzionò.

Strisciò lentamente verso il centro della stanza, poi quando fu abbastanza vicino si fermò e gridò.
In quel momento le luci si spensero nuovamente.

Il ragazzino ritornò velocemente vicino al suo piatto. Lo afferrò. Quasi non respirava.

In quella stanza non era solo.

CAPITOLO 4

Il portone si aprì, entrò un uomo, il buio nascondeva il suo volto e ogni altra cosa.
Da un angolo della stanza si innalzarono delle grida. Il ragazzino stringeva talmente forte il suo piatto che le mani cominciarono a fargli male. Poi l’uomo se ne andò trascinando con lui qualcuno che continuava a divincolarsi e a urlare.

Il portone si richiuse e ritornò il silenzio.
Qualcosa lo toccò e lui per difendersi scaraventò il piatto sperando di centrare quel qualcosa, ma il rumore della porcellana che si schiantava al suolo, rompendosi in frantumi lo terrorizzò ancora di più.

Cominciò a urlare e ricevette un urlo di risposta, allora urlò più forte e la sua voce tornò ad essere l’unica nella stanza. Quando non ebbe più fiato, decise d’istinto di rannicchiarsi in posizione fetale, sentiva un soffio sulla sua faccia. Si accesero nuovamente le luci.
I suoi occhi si chiusero rapidamente e aprendosi si incontrarono in quelli di un altro ragazzino, sdraiato vicino a lui.

– Chi sei?

Il ragazzino si sedette senza rispondere, lo fissava intontito, quasi assente, senza sbattere le palpebre.

– Per favore dimmi qualcosa, ho paura!

Le luci si spensero, il rumore dei neon li lasciò in pace ancora una volta, poi una vocina dal nulla, lo fece rabbrividire.

– Mi chiamo Luca.

CAPITOLO 5

– Cristina per favore non fare i capricci
– Ma papà voglio solo giocare un po’
– Ti ho detto che devi dare retta alla signorina Rachele, poi se fai la brava potrai giocare un po’ con lei
Cristina non capiva perché doveva fare sempre quello che diceva sua padre, aveva 10 anni, e certe cose le capiva. Capiva che lì fuori c’era un mondo che lei non aveva mai visto. I libri che studiava, gli unici che le era permesso leggere, glielo dicevano. Gli parlavano di guerre, di conquiste, di uomini e di donne, di religioni, di paesi lontani.
Lì il suo mondo era racchiuso tra 4 mura, molto spaziose per l’amor del cielo, una quarantina di stanze, quasi tutte inesorabilmente vuote. Aveva libero accesso a tutte le camere, prima di tutto si doveva bussare educatamente, mentre la porta del padre non poteva essere toccata da nessuno e nemmeno da lei, non si poteva disturbare il signor Annostri.
La signora Rachele parlava seduta vicino al tavolo, suo padre se n’era già andato.
Dovevano studiare algebra, storia e geografia, una piccola pausa, poi cominciare con latino e letteratura.
Sapeva cos’era una bicicletta, una macchina, un telefono, la radio, la televisione, aveva sfogliato davanti ai suoi occhi queste incredibili invenzioni, eppure non aveva mai toccato con mano niente di tutto questo. Anni prima in una delle poche comparse del padre aveva deciso di chiedergli una bicicletta.
– Dentro una casa non si può usare una bicicletta
– Allora regalamela e io andrò fuori ad usarla
La schiaffeggiò forte.
– Ragazzina sai benissimo che non puoi uscire, non giocare con me…MAI
Era vero, sapeva benissimo che non poteva uscire, ma non sapeva assolutamente perché.
Stava crescendo, cominciava a farsi domande e le risposte non arrivavano quasi mai, rendendo incomprensibile la sua vita.
– Signorina Cristina per favore si concentri, prima finiamo prima arriverà la sua pausa, non voleva giocare?
– Rachele posso farti una domanda? Però devi promettermi una cosa
– Cosa?
– Che quando te la farò non correrai a chiamare mio padre
– Te lo prometto
– Voglio sapere qualcosa su mia madre…
La signorina Rachele si alzò e se ne andò dalla stanza. Cristina sapeva perfettamente dov’era diretta. Era la sua occasione. Le porte erano chiuse, ma la sua domanda conteneva una forza inspiegabilmente sconvolgente, ne era cosciente. La borsetta della signorina Rachele era rimasta lì, dimenticata su una sedia.
Aveva poco tempo.
La ribaltò sul tavolo, prese le chiavi e corse verso la porta principale.
Il rumore sordo della serratura la rese titubante, fu solo un secondo.
La luce la abbagliò.
Era fuori.

CAPITOLO 6

Il portone si aprì ancora e si richiuse sbattendo. Lanciarono qualcosa dentro la stanza, ma gli occhi dei due ragazzini erano troppo intorpiditi per capire di cosa si trattasse, sentirono solo uno zampettare veloce, come di un topo, che si fermò sbattendo in un angolo della stanza, poi non sentirono più niente.

– Cos’era tu l’hai visto?
– No, ma so chi è…è Matteo
– Matteo?
– Sì era già qui quando sono arrivato io, abbiamo parlato un po’, non sapeva da quanto tempo era qui, come non lo so io, e tra un po’ non lo saprai nemmeno tu
– ma dove l’hanno portato?
– Io non so niente, sei arrivato tu e dopo poco hanno preso lui…Matteo sei tu?

Silenzio.
Oscurità.
Silenzio.

– Non risponde, forse non è lui, forse non è nemmeno una persona

Ancora uno zampettare veloce verso un altro angolo della stanza, questa volta l’aria vicino ai due ragazzini si mosse sfiorandoli, uno dei due gridò, soffocando rapidamente la paura, chiudendola dentro la bocca con una mano.
Un tonfo e più niente, la stanza ritornò la stessa, silenzio e oscurità.

– Cos’è stato?
– Non lo so.
– Ho paura, cosa facciamo?
– Non possiamo fare niente, cosa vuoi che facciamo?

Marco d’istinto si toccò il braccio, lo sentiva umido, e quel tocco, gli lasciò la mano bagnata.
– C’è qualcosa che non va…non vedo…aiutami
– cos’hai ora?
– Non lo so, è che…

Si accesero le luci. I soliti secondi per riprendersi dalla momentanea cecità e Marco gridò.
La sua mano era sporca di sangue.

CAPITOLO 7

Cristina non sapeva dove andare, sapeva solo che doveva andare. La luce del sole le bruciava gli occhi e la pelle. Una sensazione nuova e strana.
Tutto era strano e diverso. L’aria era leggera, i rumori la confondevano, non sapeva di quali doveva aver paura, il suo cervello assaporava avidamente ogni cosa.
La ragazzina correva, si guardava intorno ma non si voltava mai indietro, il suo fiato ormai ad ogni passo si faceva più corto, le gambe più pesanti. La cosa sorprendente era che Cristina pensava di avercela fatta, di aver dato il suo primo passo nel mondo, non sapeva di essere ancora dentro la proprietà del padre, quel primo passo distava ettari e recinzioni invalicabili.
Non ce la faceva più, aveva corso troppo, non c’era nessuno in giro, voleva riposare un po’.
Riposare sotto un albero, lo aveva sognato, adesso l’albero era lì davvero.
Il contatto dell’erba con la pelle la fece piangere silenziosamente, non era triste.
Dopo alcuni minuti si accorse di qualcosa. Lontano.
Cominciò a camminare, questa volta lentamente, senza fretta.
C’era qualcosa nascosto tra gli alberi, si stava avvicinando ma era ancora troppo lontano.
Le pareti più bianche che avesse mai visto la sorpresero tra gli alberi. Era come un edificio, non sapeva bene cosa era, voleva avvicinarsi ancora un po’.
Un cubo maestoso, forse grande più della sua casa, innaturalmente bianco. Uccelli neri volavano attorno, alcuni appoggiandosi sul tetto, sembravano osservare la ragazzina, non c’erano finestre, c’erano porte.